Sulcis - La miniera interrotta

18 January 2013

L’immagine, colta in un istante determinato nel tempo, non viene stigmatizzata sulla carta, ma trasmette, mobile, lo svolgersi di un percorso emozionale capace di parlare al visitatore delle devastazioni di una storia che ha lasciato solo rovine per coloro che cercano il passato.

Le fotografie sono state realizzate nella regione del Sulcis-Iglesiente, a sud-ovest della Sardegna.


Nota dell’autore

Mio nonno combatté la Grande Guerra: prigioniero degli austriaci, scappò dal campo di concentramento di Mauthausen. Tornò in Italia a piedi. Non fuggì alle insidie della miniera. Una notte, un macchinario inventato per frantumare il minerale frantumò anche la sua vita.

Mio nonno – l’altro – era un esperto elettromeccanico motorista. Lavorò per cinquant’anni nelle miniere della Sardegna: a sessant’anni era completamente sordo.

La loro vita è lo specchio di altre innumerevoli esistenze. Queste storie private raccontano un dramma e, allo stesso tempo, la normalità di fatti che fino alla fine del secolo passato si sono ripetuti. Incalzanti e puntuali.

Certe volte lo scoppio della mina faceva crollare l’ingresso della galleria seppellendo tutto e tutti. Altre volte la miniera si prendeva la vita degli uomini per malattia, consumando i loro polmoni e le loro forze. Altre volte ancora i motori, per capriccio, si fermavano; per poi riprendere il loro moto devastante insieme alle vite di chi gli stava intorno.

Adesso la miniera è interrotta.

Non più morti, non più dinamite. Solo in paesi lontani ancora morti di miniera. E’ rimasta una deriva di ferro e macerie e la ferita nella terra. E' rimasto un credito inesigibile avanzato da intere generazioni di lavoratori strappati alla terra per entrare dentro la terra.

Queste immagini vogliono raccontare la dimensione umana della miniera, con le sue macchine, gli spazi istituzionali, i luoghi che, attraverso il vissuto quotidiano, hanno lasciato un segno indelebile nella storia sociale della Sardegna; nella memoria di tutti coloro che non hanno ricordo dei loro padri; nella memoria di quanti hanno respirato l’odore del carburo, l’odore rancido del grasso che lubrificava il cavo della gabbia che calava gli uomini nel ventre nero della terra.


 Frammenti (di Caterina Carzedda)

La polvere di carbone è sottile, si insinua sotto le unghie riducendole
ad appendici definitivamente grigie.
L'odore del carbone è secco, leggero; copre anche quello della terra bagnata.
Il carbone diventa un'abitudine che si perde solo quando diventa
impossibile persino respirare.

Il mutamento ha segno diverso.
Muta la terra scavata dall'uomo: assume forma che prima non aveva. Si inabissa,
vuota, in profondità un tempo piene.
Muta il viso dell'uomo: assume forma che prima non aveva. Sulla pelle si
incide l'aridità della terra.
Il mutamento non ha segno diverso.

Le spaccature della terra sono grosse,
come dita distese a segnare un percorso improbabile.
Tagli esposti alla polvere, al caldo, al ronzio delle auto
che passano a valle. Sono ferite
in putrefazione, segni lasciati da un enorme insetto che
ha succhiato anche il cuore di questa terra.

La ruggine ha cancellato le scritte, smussato
gli angoli, rendendo indistinto ciò che prima era forma
definita. Silenzio di suoni, di voci, di meccanismi
e di passi. Silenzio di lavoro.
La ruggine ha ricoperto tutto.

Letti di ferro, decine di letti in fila.
Odore di panni bagnati, di cuoio consunto; odore
di polvere e di cibo stantio.
Voci, parole accavallate le una sulle altre. Parole
di uomini che si preparano a dormire.

I colpi di martello riducono in pezzi il minerale.
Dividere e separare le pietre.
Nel piazzale le gonne si scorgono da lontano.
Il peso dei sacchi spacca la schiena.

Il caldo nella galleria è palpabile. Un umido
concreto si materializza in gocce visibili che
scorrono lungo il corpo salate.
Il petto si muove appena, compresso.
L'aria è immobile.

La punta d’acciaio penetra nella roccia
compatta. Rumore aspro che fa serrare i denti nel tentativo
di difendersi da un’astratta aggressione.
Il corpo della macchina cozza contro
i muscoli tesi. Un battito folle. Meccanico.

Il tempo è una linea piana.
Ventiquattro volte uniforme.
Una notte senza soluzione di continuità.
Sotto la terra.
Sopra la terra.

Ogni cosa si è fermata.
Persa come un isolato singhiozzo nel tempo.
Schegge di vetro ingabbiano lampi di
luce vuota.
Terra di abbandono, reperto sospeso.

Breccia sulla roccia.
Occhio spalancato sul mare
nero di onde
nero di carbone
Bocca che urla la disperazione dei visceri.

Spazio accantonato
elemento in disuso di un’atavica discarica.
Segno vorace del riflusso adolescenziale
che ammorba questo luogo
di atassia irrisolta.